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giovedì 5 aprile 2012

Per un pugno di carne (in scatola): 20 anni fa, a Sarajevo

L'assedio di Sarajevo cominciava vent'anni fa, fra il silenzio del Mondo e dell'Europa. Questo silenzio se lo ricordano bene i cittadini di Sarajevo: oggi è condensato in un monumento, una scultura di poco più di due metri nascosta in una piccola piazza dietro al museo della guerra. Rappresenta una scatola di cibo, come quelle inviate dal Mondo ai cittadini assediati, sotto la rassicurante definizione di "aiuti umanitari". Sulla base una firma, pregna di sarcasmo: "La riconoscente cittadinanza di Sarajevo." Come a dire: grazie per tutto quelle che non avete fatto, grazie per non aver difeso una città patrimonio del mondo, grazie per aver chiuso gli occhi quando le certezze di un secolo crollavano insieme alla Jugoslavia.
Di tutto questo la guerra in Bosnia ne è simbolo. Ed è ancora di più l'assedio di Sarajevo: 1.425 interminabili giorni. Terra della convivenza multireligiosa prima, e poi emblema dell'odio etnico, assediata dai serbi ma che vantava il generale serbo Jovan Divjak come primo fra i suoi difensori, laica e capitale dell'Islam. La città che in dieci anni è stata sempre al centro della scena: prima per le olimpiadi invernali, poi perché da quelle stesse montagne i cecchini sparavano ai cittadini inermi. E mentre la Biblioteca Nazionale Bosniaca bruciava, deliberatamente colpita dall'odio etnico, le democrazie di tutto il mondo manifestavano la loro impotenza. 

La Germania e il Vaticano, solerte nel sostegno alle terre cattoliche di Slovenia e Croazia. La Francia, che oltre a una passeggiata del Presidente Mitterand nel centro di Sarajevo non fu capace di altro. Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, capaci di esportare la democrazia negli angoli più remoti del pianeta ma inerte quando si trattava di difenderla a due passi da casa. L'Olanda, mentre il suo esercito guardava distratto quello che succedeva a Srebrenica sancendo l'impossibilità delle Nazioni Uniti di fare quello per cui erano nate, ovvero "salvare le future generazioni dal flagello della guerra".

La guerra ci fu. E fa strano che oggi a criticarla siano proprio quelli che l'hanno combattuta. In questi giorni, infatti, ex soldati serbi, bosgnacchi e croati si sono ritrovati tutti assieme, ormai alleati, a protestare di fronte al Parlamento bosniaco per chiedere il diritto alla pensione. Nella loro protesta si legge l'amarezza di chi, vent'anni dopo, ha scoperto di essere stato ingannato da coloro che, nascondendosi dietro la bandiera del nazionalismo, non hanno fatto altro che conquistarsi frammenti di potere a discapito della gente comune. Croati, serbi o musulmani.

mercoledì 1 febbraio 2012

"La SCINTILLA che fece scoppiare la Prima Guerra Mondiale"

Quante volte avete letto o sentito questa frase? È il modo che si usa a scuola per spiegare l'attentato con cui Gavrilo Princip uccise l'erede al trono d'Austria Francesco Ferdinando, dando così il via alla Prima Guerra Mondiale. Una scena talmente mitizzata da sembrare più una leggenda che un fatto storico. Eppure accadde realmente, e la foto qui a fianco ritrae esattamente il posto da dove Gavrilo sparò: il Ponte Latino. Se quel fatto non avesse creato così tanti disastri, però, sarebbe da riderci sopra. Più che un attentato sembravano... le comiche!
Gavrilo non era solo quel giorno: con lui c'erano altri membri della Giovane Bosnia. Il primo di questi sbagliò mira con una bomba, facendo scappare l'Arciduca che si stava dirigendo verso la biblioteca. Il piano sembrava andato in fumo, ma al ritorno del sovrano Gavrilo incontrò per puro caso il corteo imperiale: tentò ancora una volta di uccidere l'Arciduca, ma sbagliò e uccise la moglie. Solo con il secondo colpo riuscì nei suoi intenti, e sapendo a quale fine sarebbe andato incontro cercò di uccidersi con l'arsenico, che però era scaduto e non sortì alcun effetto. Così tentò il suicidio buttandosi nel fiume Miljacka, ma dato che l'acqua arrivava a mala pena alle caviglie non riuscì proprio ad annegarsi. Infine, fu catturato e imprigionato. Morì di tubercolosi 4 anni dopo nel carcere di Terezin.

Ah, ricordatevi: se anche il fatto è avvenuto a Sarajevo, Gavrilo era un serbo, che insieme alla Mano Nera combatteva contro il dominio austrungarico della Bosnia. Come a dire: a volte le cose sono un po' più complesse di quanto sembrerebbe. In ogni caso, se volete mantenere un tenore più leggero, poco distante dal ponte c'è la Sarkejevska Pivara, il birrificio cittadino. Ve lo consiglio.


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