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giovedì 16 febbraio 2012

99,74% di guai

Non aveva nessuna rilevanza giuridica il referendum che è stato votato fra il 14 e il 15 febbraio dalla popolazione serba nei comuni del Nord del Kossovo. Eppure a votare sono andate ben 26.000 persone su 35.000 aventi diritto. Secca la domanda posta : “Accettate le istituzioni della cosiddetta repubblica del Kossovo insediata a Pristina?” L'esito era scontato: il 99,74% ha infatti detto no. Un plebiscito che si può spiegare solo osservando la complessa situazione politica che caratterizza da sempre il Kossovo: provincia a maggioranza albanese dotata di autonomia durante l'esistenza della Jugoslavia, stretta poi da una pressante sottomissione serba fino ai bombardamenti su Belgrado del '99, per arrivare infine alla dichiarazione d'indipendenza unilaterale del 2008, il Kossovo è sempre stato un simbolo per i nazionalisti serbi. A partire dalla cosiddetta battaglia del Kossovo (altrimenti detta battaglia della piana dei Merli) del 1389, quando l'esercito serbo, guidato dal principe Lazar, venne sconfitto dagli ottomani consegnando così la penisola balcanica a secoli di dominio turco.

Il valore del Kossovo per i serbi è amplificato dalla presenza di importanti monasteri ortodossi: non deve quindi stupire che i primi focolai che portarono alla guerra in ex-Jugoslavia scoppiarono proprio qui. Nel 1989, un nazionalista serbo che divenne poi tristemente famoso, Slobodan Miloševic, si recò in Kossovo per alimentare l'odio etnico verso gli albanesi, proprio nel 600esimo anniversario della battaglia. Fu l'inizio della fine.

La zona è dunque sempre stata molto calda e il referendum di questi giorni non può che scaldarla ulteriormente: non avendo nessuno valore legale, la votazione assume un chiaro valore politico. Un messaggio che i nazionalisti serbi lanciano verso chi vuole pacificare la zona. Il Parlamento del Kossovo ha ritentuto la consultazione “illegale e anticostituzionale”. Persino la Serbia, a cui L'Unione Europea ha raccomandato di migliorare i rapporti diplomatici con Pristina, non ha gradito il referendum. L'ingresso nell'Ue è per la Serbia la direzione da seguire, tanto da aver – negli ultimi anni – catturato e consegnato tutti i criminali di guerra, last but not least Ratko Mladic, il responsabile dell'eccidio di Srebrenica. La Serbia sa bene che chiudere i conti con il proprio passato è l'unico modo per farsi accettare da Bruxells e i segnali che arrivano dal Kossovo non sono che bastoni fra le ruote per Belgrado, tanto che il Presidente serbo Boris Tadic aveva definito il referendum inutile e dannoso, soprattutto in vista del vertice europeo di inizio marzo, dove alla Serbia potrebbe venir concesso lo status di paese candidato all'ingresso nell'UE.

Pubblicato originariamente su www.anordestdiche.com


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lunedì 30 gennaio 2012

Dalla EX alla POST Jugoslavia

Ricordo che quando avevo una decina d'anni e stavo spensieratamente guardando qualche programma TV per bambini (penso si trattasse di Big!) in attesa dei cartoni animati, d'improvviso la conduttrice lesse una lettera di una bambina che viveva da qualche parte nell'ex Jugoslavia (nelle mia ricostruzione potrebbe essere l'Istria). La bambina spiegava a noi bambini italiani che per lei la guerra era qualcosa di lontano, che lei se ne andava tranquillamente tutti i giorni al mare, che la sua vita procedeva come se nulla fosse, e che tutte le scene di guerra dei telegiornali erano distanti da lei quanto da noi.

Forse fu quella la prima volta che mi venne voglia di scoprire l'ex Jugoslavia. Ma la vedevo ancora come qualcosa di arcaico, remoto: pensavo a Trieste come le colonne d'Ercole, m'immaginavo che da lì il treno dovesse per forza tornare indietro, perché oltre non c'era nulla. Poi, crescendo, ho imparato a leggere le cartine geografiche e, a sorpresa, capii quanto quei posti ci fossero vicini. Sono le guerre filtrate dalla TV, invece, a sembrarci sempre così distanti. Per questo ho cominciato a viaggiare su e giù per i balcani, per prendere le misure da solo, diciamo.

Dalle esperienze vissute in migliaia di kilometri percorsi nascerà anche un libro, che vuole presentare in maniera un po' diversa dal solito l'ex Jugoslavia, per invitare i giovani a scoprire meglio quelli che in fondo sono i nostri vicini di casa. Sarà una sorta di esperimento, che ha visto fra i complici amici di vecchia data (come Piero il rugbysta, prezioso alle foto) e nuovi arrivati (come Gabriele Gamberini, disegnatore emiliano che ha scelto di vivere a Sarajevo). Proveremo a tenere insieme storie e interviste raccolte sul campo, foto, disegni e fumetti. Il tutto in perfetto stile balcanico: un po' scanzonato, ma non troppo. Ah, il cappello con la stella rossa: l'ho comprato in una bancherella vicino a Medjugorje accanto ai santini della Madonna...